Pizzi, ceramiche e centrini la nuova frontiera dei falsari


Ven, 12/07/2013
Fonte: www.lastampa.it

Dimenticatevi della borsa Cavalli falsa e i jeans D&G taroccati. L’ultima frontiera della contraffazione del Made in Italy colpisce l’artigianato locale, quei manufatti pregiatissimi in vendita quasi esclusivamente nei luoghi dove sono realizzati o in una stretta cerchia di negozi super-selezionati. Insomma: niente è più al sicuro. Dalla Cina arriva di tutto: finti vetri di Murano, falsi centrini di Torcello, ceramiche taroccate di Faenza, e pure i vini.

 

Basta? No. Il distretto liutai di Cremona - che l’Unesco ha appena nominato Patrimonio immateriale dell’Umanità - ha scoperto violini fabbricati in Cina, ma con la dicitura made in Cremona. Il risultato? Danni economici e di immagine notevolissimi. Censis e ministero dello Sviluppo Economico stimano che il valore del mercato del falso in Italia si aggiri attorno ai sette miliardi e mezzo di euro, provocando una perdita di 110 mila posti di lavoro a tempo pieno.

 

Prendiamo il caso di Venezia. Il Consorzio Promovetro, associazione di produttori di vetro di Murano, Adiconsum e Federconsumatori Veneto stimano che il 60 % del vetro di Murano in commercio sia prodotto in Oriente. Nulla sfugge: dai bijoux ai fermacarte, dai bicchieri alle lampade fino ai soprammobili. Vengono fabbricati in Cina e India e riconoscerli è complicato: basta un’etichetta con la dicitura Vetro di Murano o Murano Glass e il falso è servito. Gianni De Checchi, direttore dell’associazione degli Artigiani veneziani commenta: «Murano è un brand noto in tutto il mondo: cercano di spacciare per vero finti Van Gogh». Quantificarne il danno economico per il settore è praticamente impossibile. Ciò che pesa di più ai produttori, però, è il danno di immagine. «Ci sentiamo stuprati della nostra storia millenaria» denuncia Gianni Seguso, uno dei più noti maestri vetrai di Murano. E non basta il marchio Vetro Artistico Murano, dato in concessione soltanto a quelle aziende e a quegli artigiani che lavorano a Murano e che dimostrano di rispettare determinati standard di produzione (un’ottantina in tutto). «Ciò che differenzia le vere produzioni veneziane dal resto non è la materia o la tecnica ma la cultura stessa che l’isola ha sviluppato intorno a questa lavorazione» continua Seguso. Insomma, il buon gusto.

 

Da Murano a Burano, sempre Venezia. La produzione dei merletti qui è quasi scomparsa. A tramandare l’arte rimane soltanto qualche signora amante di ago e filo, ma sul mercato locale, e non solo, c’è un’invasione di produzioni targate Burano. Realizzati a macchina in qualche laboratorio cinese. La Finanza sequestra. Ma è come svuotare il mare con un cucchiaino.

E che dire degli alabastri di Volterra o delle ceramiche di Faenza? Copiati anche quelli e venduti ai mercatini da ambulanti spesso compiacenti. «Il punto è che tanti artigiani rinunciano a innovare» si lamenta Davide Servadei, presidente nazionale di Confartigianato Ceramica. «Continuano a riproporre disegni classici facilmente imitabili - aggiunge - Riprodurli è facilissimo». Riconoscerli? C’è un solo sistema: costano meno. Sul lungo periodo è più facile. Spesso le ceramiche sono cotte male e i colori sbiadiscono. I vasi si scrostano. I prodotti originali no.  

p.iva 11601630152 - riferimento e-mail : redazione@italiadeitalenti.it